Dipende, tutto dipende… questo potrebbe essere il motto per ogni post e articolo perché davvero, tutto dipende sempre dal momento, dal contesto, dalla piega che prendono “le cose”.
Possono le Ai generative di testo creare un domani romanzi bene se non meglio di come fanno gli autori? Forse sì, anzi sicuramente potranno. In fin dei conti, scrivere è un’insieme di regole codificate attraverso le quali si raccontano storie fatte di generi (anche loro ben codificati) dove esseri umani agiscono e interagiscono per uno scopo. Tutte cose, che istruendo bene un codice, possono essere replicate all’infinito creando infinite storie.
Ma dobbiamo temere tutto ciò?
Dato che a mio avviso non è possibile fermare il progresso, ci piaccia oppure no la direzione che prende, secondo me, il meglio che possiamo fare è sfruttare le Ai imparando a utilizzarle come valido strumento generativo (e non creativo) piuttosto che demonizzarle ed escluderle dalla nostra vita. Sono dello stesso avviso anche autorevoli autori e autrici, scusate il gioco di parole, come ad esempio Rie Kudan che ha esposto in una intervista sul giornale al The Guardian il suo punto di vista a proposito dell’addestrare le Ai con i suoi romanzi.
“Non mi sento particolarmente infelice all’idea che il mio lavoro venga utilizzato per addestrare l’intelligenza artificiale”, ha ammesso.
Per Kudan, anche se un algoritmo replica il suo lavoro, ci sarà sempre una parte che rimane irripetibile, intrisa della sua esperienza, della sua sensibilità, del suo dolore. Lei non vede nell’IA come una minaccia da demonizzare, ma piuttosto come un interlocutore, persino una fonte di ispirazione. Ovviamente la sua posizione ha spiazzato e aperto un dibattito in merito al suo punto di vista che, come sempre, si divide tra i soliti “assolutisti”. Quelli che gli danno ragione e quelli che dicono che ha torto senza mai prendere in considerazione una via via di mezzo.
Per chi non lo sapesse, Rie Kudan è la vincitrice del prestigioso premio Akutagawa attribuito due volte l’anno, in gennaio e in luglio, all’opera migliore pubblicata su quotidiano o periodico, da un autore esordiente. Ha vinto con il romanzo con Sympathy Tower Tokyo, edito da L’ippocampo. Un romanzo brevissimo ma intenso tra utopia e distopia, che si legge tutto d’un fiato il cui tema centrale è anche l’intelligenza artificiale e infatti, l’autrice ha fatto parlare l’Ai del suo romanzo, utilizzando ChatGPT. Solo un “5%” del romanzo è ricorso a questo espediente (l’uso di ChatGPT), per fini direi anche più che leciti sia artisticamente che di coerenza con l’opera stessa. Ma nonostante ciò, questo è stato abbastanza da generare un dibattito acceso.
Una qualsiasi Ai generativa di testo, può quindi scrivere un romanzo meglio di un umano?
Qui c’è, volendo, una riflessione da fare partendo proprio dal modo di scrivere, in kanji, dei giapponesi. In Giappone, la diffusione del katakana (la scrittura per i prestiti linguistici dall’inglese) sta trasformando il modo in cui certe parole vengono percepite. Una parola “dura” scritta con il sillabario kanji può diventare neutra, quasi eufemistica, se scritta in katakana. Stessa parola quindi, ma sfumatura di significato importante e differenza grafica importante.
Questo per dire che il linguaggio si modifica con il tempo, come anche la nostra lingua non è più la stessa da quella di soli cinquanta anni fa o duecento anni fa. il modo di comporre il testo quindi è mutevole e si adegua al tempo presente, oggi come ieri, così come era “contemporaneo” il modo di scrivere dell’ottocento mentre oggi sarebbe impensabile poter ancora comporre romanzi con la medesimo stile e metodo di componimento.
E allora, forse, la vera domanda non è se l’IA possa sostituirsi nella scrittura a noi, probabilmente un giorno sì, ma se sapremo noi adeguarci all’inevitabile cambiamento dei tempi e difendere la parte più importate di un componimento che non è il ” con che cosa” lo si scrive, ma il messaggio umano che si vuole trasmettere. Quel vissuto personale, comune all’esperienza di molti se non di tutti, in grado di svelare piccole e grandi verità nascoste nelle pieghe dei dialoghi e delle trame.
Quel magico mondo interiore umano, che da vita a un testo e lo fa viaggiare a prescindere che sia stato scritto con l’ausilio di una penna, una macchina da scrivere, un computer o domani magari, con l’ausilio di un’app Ai.
Negli ultimi tempi, centinaia di scrittori, artisti e accademici, hanno iniziato a discutere seriamente se rifiutare o limitare l’uso dell’IA nella loro vita quotidiana.
Alcuni hanno bandito ChatGPT e simili dalle loro aule universitarie, convinti che l’apprendimento profondo rischi di atrofizzare la capacità critica degli studenti e su questo posso concordare, perché demandare a un bot la “fatica” di dover capire e interpretare le informazioni, riduce la possibilità di apprendimento e di crescita personale attraverso lo studio, il ragionamento e l’argomentazione. Quindi, per me, evitare il “copia incolla” che si pensi sia il vero vantaggio di questi strumenti, a scuola, in qualsiasi grado, è giusto.
Anche se, va detto, un ostracismo totalitario è privo di senso come lo era nell’Ottocento, avventarsi contro le prime macchine da scrivere in quanto venivano viste come una minaccia alla “vera scrittura a mano”. O, ancora prima, quando la stampa di Gutenberg fu accusata di rovinare l’arte dei copisti e di diffondere libri “senza anima”.
Cercare di fermare il cambiamento è come voler arginare un torrente in piena con una cordata di persone che si tengono strette tra loro. Si finisce travolti a un certo punto, sfiniti e senza più forza di combattere si soccombe all’irruenza del “nuovo”.
Ogni epoca ha il suo “nemico tecnologico”. Il cavallo fu scalciato dal carretto e dal carro che a sua volta fu scalciato dal treno a vapore e dall’auto a scoppio e poi gli aerei e presto i mezzi a guida autonoma che elimineranno lavoro per tutti quelli che di mestiere guidano qualcosa che sposta gente o merci.
Vogliamo opporci? Bene, ma con il senno di poi, ragionando su come è andata con la scrittura amanuense, conviene più abbracciare e adeguarsi a questa trasformazione, oppure opporsi fieri fino allo sfinimento e alla definitiva disfatta?
Così come l’auto non ha distrutto la “mobilità” ma l’ha ridefinita, così l’utilizzo delle Ai nella scrittura non distruggeranno l’arte scrittoria ma inevitabilmente la stanno sottoponendo e la sottoporranno a una ridefinizione.
Non resta che scegliere da quale parte stare!
Ora non resta che decidere da quale parte stare… dentro al fiume per fermare l’acqua che scorre, oppure scegliamo di attraversare il fiume costruendo un ponte tra ciò che fino a oggi e stato, e quello che domani può essere?
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GUARDIANI DELLA NATURA – L’ultimo Distintivo è un romanzo Young Adult ambientato in un immaginario paese di montagna del centro Italia. Vede come protagonista Francesco Forte, un quindicenne introverso e solitario, che ama trascorrere il tempo libero leggendo fumetti oppure immerso nella natura. Queste due grandi passioni lo porteranno a scoprire i Guardiani della Natura, un ordine di supereroi che proteggono l’ambiente.
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